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Cosa provare durante una giornata con un pastore di Salina? Gestualità antiche da apprendere in prima persona

📅 25 Agosto 2026✍️ di Ettore Parma⏱️ 4 min di lettura

Negli ultimi anni, il turismo esperienziale ha trasformato il modo in cui i visitatori scoprono le tradizioni locali. Tra i tesori meno conosciuti del Mediterraneo, Salina – piccola isola dell’arcipelago eoliano – custodisce ancora oggi una comunità di pastori che perpetuano gesti e saperi tramandati di generazione in generazione. Una giornata passata accanto a loro non è solo un’occasione di svago, ma un vero e proprio tuffo in una cultura materiale che sta progressivamente scomparendo. Ho avuto la fortuna di viverla in prima persona, e quello che ho scoperto merita di essere raccontato con la dovuta serietà.

L’incontro all’alba: quando il pastore si prepara

La giornata comincia quando il sole non ha ancora toccato i pendii della montagna. Il pastore – in questo caso Giuseppe, un uomo di settant’anni con le mani coriacee dal lavoro – si muove tra i recinti con gesti automatici ma straordinariamente precisi. Non parla molto: osserva il gregge, controlla le zampe degli animali, verifica la distribuzione del mangime. Ogni movimento racconta decenni di esperienza. Come osserva una guida turistica locale che conosco da anni, “il pastore legge il gregge come un medico legge le lastre: sa individuare il problema prima ancora che si manifesti chiaramente”.

Quello che colpisce è la semplicità degli attrezzi. Un bastone nodoso, una corda di fibra, un coltellino: gli strumenti si contano sulle dita di una mano. Eppure in quelle mani diventano estensioni naturali del corpo, capaci di dirigere decine di animali con eleganza quasi teatrale. L’arte del Pascolo transumante non è una pratica remota relegata ai libri di storia: qui, a Salina, rimane ancora pratica viva.

La gestualità antiche: il linguaggio del pastore

Camminare dietro al gregge insegna rapidamente una lezione affascinante: il pastore non urla, non corre, non infuria. Comunica attraverso una serie di suoni gutturali, di fischi che variano di tono, di movimenti del corpo studiati in ogni dettaglio. Un fischio acuto significa “state insieme”, un suono più grave “andiamo avanti”, un cenno del bastone verso destra modifica il tragitto di ben trent’animali.

Giuseppe mi ha insegnato il verso per chiamare le pecore: un suono che produce dalla gola in modo che sembri provenire dall’aria stessa. “Venite, venite, venite”, ripete, e il gregge obbedisce con una docilità che sorprende chi proviene dalle città. Non c’è violenza in questo rapporto, solo un dialogo silenzioso costruito nel corso di mesi di convivenza.

Intorno alle undici, dopo aver percorso i pascoli alti dell’isola, mi accorgo di quanto questa gestualità sia radicata nel corpo. Non è qualcosa che si apprende dai libri: deve essere assorbita attraverso l’osservazione e la pratica costante. È quello che gli antropologi definiscono “sapere situato”, insegnato nello spazio e nel tempo reale del lavoro.

Il momento della mungitura: tecnica e sensibilità

Nel pomeriggio, torniamo ai recinti. È il momento della mungitura, operazione che ho sempre considerato meccanica finché non l’ho vista compiere dalle mani di Giuseppe. Ogni gesto è calibrato: come avvicinarsi all’animale, come toccare la mammella, come dosare la pressione. Una mungitura violenta potrebbe danneggiare il capo; una troppo delicata non estrae il latte.

Quello che mi ha sorpreso è la comunicazione tattile. Giuseppe parla all’animale durante la mungitura, lo tranquillizza, lo rassicura. Molte pecore hanno nomi, preferenze, piccole abitudini. Conosce quale preferisce stare accanto a quale, quale tende ad allontanarsi dal gregge, quale ha il temperamento più docile. Questa conoscenza non è frutto di uno studio accademico, ma di migliaia di ore di contatto diretto.

Da visitatore che ha lavorato trent’anni a contatto con ospiti internazionali, ho riconosciuto un universale umano: il rapporto di cura. Un albergatore conosce i gusti degli ospiti abituali, un pastore conosce il temperamento dei capi. Sono manifestazioni diverse dello stesso istinto.

Il tramonto e le lezioni finali

Con l’arrivo del tramonto, le pecore vengono richiamate nei recinti. È la fase più delicata: gli animali sono stanchi, alcuni si distraggono. Giuseppe però rimane calmo, paziente. Un fischio qui, un movimento lì, e il gregge confluisce gradualmente verso l’ovile. Non c’è fretta artificiale, solo il ritmo naturale delle cose.

Prima di salutarci, Giuseppe mi consegna un pezzo di Formaggio di capra prodotto localmente. “Questo è il risultato di quello che hai visto oggi”, dice con un sorriso. Ed effettivamente, assaggiandolo, comprendo che ogni fase del lavoro del pastore – la scelta dei pascoli, la qualità della mungitura, la gestione del bestiame – contribuisce al prodotto finale. Non è una catena produttiva, è un ecosistema.

La giornata con il pastore di Salina insegna che le tradizioni non sono ricordi museali, ma pratiche viventi che continuano ad avere valore e significato. Tornare alle città e ripercorrere questa esperienza mentalmente, mi fa apprezzare ancora di più quanto sia raro e prezioso incontrare un’ancora così salda al passato.

Ettore Parma

Romagnolo, figlio di viaggiatori, ha passato 30 anni come manager di un piccolo albergo a Rimini. Dopo la pensione, va alla ricerca di tradizioni romagnole e racconta le metamorfosi del territorio, intrecciando aneddoti di ospiti stranieri e memorie familiari nelle sue cronache.