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Cosa sono le cucchiarelle eoliane? Origine della specialità che trovi solo nelle case di Salina

📅 16 Agosto 2026✍️ di Stefano Quaranta⏱️ 6 min di lettura

La sera scendeva su Malfa con un odore di capperi e legna umida, e in una cucina di pietra una donna chiamata Tilde mi disse di avvicinarmi. Con due cucchiai bagnati in olio caldo modellava piccoli bocconi, lunghi quanto un dito, e li lasciava scivolare nella padella. Sfrigolavano appena, si gonfiavano e diventavano dorati. “Queste non le trovi al bar del porto”, mormorò, passandomene uno su un foglio di carta paglia. “Sono cucchiarelle. Di casa, di Salina”.

Una storia che profuma di Malvasia

Sull’isola che due coni verdi fanno sembrare un dorso di balena, ci sono cose che non entrano nelle guide. Le cucchiarelle appartengono a questa schiera segreta. Nascono da cucine dove la Malvasia riposa in damigiane all’ombra, i pomodori si appendono a trecce e il sale incrosta i davanzali. Non sono un piatto da ristorante: sono un gesto, un ritmo appreso guardando mani più anziane.

La loro origine si perde nel racconto della vendemmia. Le famiglie si ritrovavano in campagna, e a fine giornata serviva qualcosa di caldo, rapido, confortante. Farina, un filo d’olio, vino passito per profumare, e la tecnica imparata osservando le madri: due cucchiai a forma di culla, a dare il profilo del nome. La forma ricordava lo strumento più umile, e allo stesso tempo celebrava l’atto di nutrire. In certe case si dice che fossero nate per accontentare i bambini, quando lo zucchero scarseggiava e il miele di fichidindia bastava a dorarle. È il tipo di memoria che gli studiosi chiamerebbero Patrimonio culturale immateriale, ma qui tutti la chiamano semplicemente abitudine.

Cosa sono davvero

Chi arriva sperando in un dolce da pasticceria resta spiazzato. Le cucchiarelle sono bocconi di impasto modellato con due cucchiai e tuffato in olio caldo. Non un frittello gonfio, non una polpetta: una virgola di pane profumato, leggermente cava, pronta ad accogliere un velo di sciroppo o un sugo.

Ne esistono due anime, figlie della stessa madre. Quella dolce profuma di scorza di limone e un goccio di Malvasia, spesso con mandorle pestate a dare granulosità. Vengono velate con miele tiepido e lasciate riposare su carta. La versione salata, più rara ma amatissima durante la vendemmia, è spezzata da origano, pepe e un pizzico di pomodoro secco nell’impasto, poi passata in un sugo leggero di capperi e olive. Entrambe tengono fede al principio isolano: usare poco, ma farlo bene.

La dolcezza non è mai stucchevole. La Malvasia non ubriaca, sussurra. La salinità dei capperi richiama il vento. Chi le assaggia capisce che si tratta di una grammatica domestica più che di una ricetta: ogni casa coniuga la sua versione, e nessuno pretende l’ultima parola.

Gli ingredienti e i gesti

La base è una farina non troppo forte, spesso mescolata a semola rimacinata. Si aggiunge un uovo quando si vuole più corpo, altrimenti un pizzico di bicarbonato per dare una spinta lieve in frittura. Un filo d’olio nell’impasto rende la mollica più setosa. La nota aromatica la porta la scorza di agrumi, quasi sempre limone, e in certe cucine una goccia di anice.

Il segreto però sta nei cucchiai. Si immergono nella ciotola, si ribaltano l’uno sull’altro come a passarsi un segreto, e l’impasto prende quella forma a barchetta che cattura gli umori della padella. L’olio deve essere gentile, non troppo aggressivo, tenuto a una temperatura che faccia dorare senza bruciare. Un tempo si usava anche strutto, oggi molti preferiscono olio extravergine dal fruttato leggero. Pochi pezzi per volta, pazienza, e carta ad asciugare. Poi o miele scaldato appena con scorza, o salsa di pomodoro e capperi a spennellare.

Tilde mi insegnò a non inseguire la perfezione. “Se sono tutte uguali non sanno di casa”. Un consiglio tecnico che è anche una filosofia: le cucchiarelle vivono nella piccola irregolarità. È lì che si riconosce la mano di chi le fa.

Perché non le trovi al ristorante

La risposta è nella loro natura. Sono bocconi che chiedono immediatezza. Appena fritte, regalano una crosta sottile e un interno morbido; dopo un’ora, pur restando buone, perdono parte della magia. Le cucine professionali non hanno tempo per quel ritmo intimo, e il prezzo di una frittura espressa non reggerebbe il confronto con la semplicità dell’impasto.

C’è poi l’ostinazione affettuosa delle famiglie. Le cucchiarelle appartengono all’album di famiglia, escono per la vendemmia, i battesimi improvvisati, i ritorni dei figli da Milano ad agosto. Farle diventare “prodotto” sarebbe come incorniciare una fotografia di quando ridevi senza accorgertene. Le isole hanno imparato a vendere molto di sé, ma su certe cose restano gelose, e in questo risiede parte del loro fascino.

Tra capperi e Malvasia: un’identità da tutelare

Se nel piatto senti un’eco salmastra, probabilmente arrivano i capperi che qui crescono tra i muri a secco. Non è un caso che la tutela passi per sigle che raccontano geografie e metodi: chi arriva a Salina li scopre spesso associati alla denominazione Indicazione geografica protetta. Un filo del loro sale finisce anche nelle cucchiarelle salate, come a dire che l’isola entra persino nei dettagli.

La Malvasia, invece, si dosa come un profumo. In certe case si usa il mosto cotto o un cucchiaino di vino dolce per insaporire l’impasto, senza mai dominarlo. Sono tocchi che delineano uno stile: niente eccessi, tutto funzionale a un equilibrio antico, quello che tiene insieme campagna e mare.

Come provarle senza forzare la mano

Chi arriva con fretta rischia di perderle. Servono tempo e una certa mitezza. Le occasioni migliori sono legate al calendario agricolo e alle feste di paese. A Santa Marina, durante l’estate, può capitare che la sera, dopo una processione, in qualche cortile si friggano cucchiarelle per gli amici e per gli amici degli amici. Non esiste un biglietto, esiste l’invito.

Chi alloggia in camere familiari può chiedere con discrezione. Non come si ordina una specialità, ma come si domanda un racconto: “Le fate mai, a casa, quelle cucchiarelle?”. Spesso basta una spesa al panificio del paese, un vasetto di capperi regalato, e il resto viene da sé. Ci sono anche piccoli forni che, il sabato mattina, a volte mettono in vetrina una loro interpretazione dolce. Non è tradimento, è adattamento gentile per chi è di passaggio.

Il turismo lento, quello che amo praticare sulle creste dell’Appennino e qui tra i vigneti a terrazze, insegna che la cucina va ascoltata prima che fotografata. Le cucchiarelle chiedono questa attenzione: un morso, una chiacchiera, un silenzio. Poi, se proprio volete portarle via, annotate i gesti e riprovate a casa, sapendo che cambieranno. È giusto così: le isole viaggiano con noi trasformandosi.

Un’eco che resta

Quando sono tornato a Genova, ho provato a rifarle in una cucina che guarda i tetti ardesia e i gabbiani del porto. Ho usato un limone ligure e un cucchiaio di miele dell’alta valle Stura. Erano buone, ma non erano uguali. Mancava il suono della padella in una sera di scirocco, la voce bassa di Tilde, il profumo resinoso delle colline di Salina. Forse è qui il segreto delle cucchiarelle: trattengono un luogo più che una dose.

Ripenso a quella scena, alle due posate che si rincorrono come remi in miniatura, e capisco perché nessuno le mette in carta. Sono il contrario della serialità, un invito alla misura e alla compagnia. Se vi capita di arrivare sull’isola con passo lieve, ascoltate dove sfrigola l’olio nelle case. Lì, tra il sorriso di chi frigge e il piatto di carta che passa di mano, le cucchiarelle continuano a raccontare Salina meglio di qualsiasi cartolina.

Stefano Quaranta

Vive a Genova ma passa molto tempo sull’Appennino ligure. Dopo anni come istruttore di trekking, si dedica a narrare le tradizioni e le sagre paesane apprese sentendo racconti attorno a fuochi serali nei rifugi. Firma rubriche sul turismo lento e le escursioni gastronomiche.