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Antiche tonnare e saline sull’isola: riscoprire mestieri e usanze quasi perduti

📅 18 Agosto 2026✍️ di Stefano Quaranta⏱️ 5 min di lettura

Quando il mare insegnava i suoi segreti

Mi capita ancora di incontrare Pietro nei rifugi dell’Appennino ligure, e quando gli chiedo come mai abbia lasciato la tonnara dove è cresciuto, sorride con lo sguardo rivolto alle montagne. “Il mare,” dice, “si stanca di dare.” Quella frase mi ha accompagnato per anni, finché non ho capito che non parlava della fatica, ma della perdita di una conoscenza antica. Sulle isole liguri e in tutta la costa mediterranea, infatti, le tonnare e le saline rappresentavano qualcosa di più che semplici impianti di lavoro: erano scuole di mestieri tramandate da generazioni, depositari di saperi che affondavano le radici in millenni di storia.

Visitare oggi quei luoghi significa fare un viaggio nel tempo, scoprire come uomini e donne hanno trasformato la natura marina in risorse di vita, leggendo il mare come chi legge un libro. Non si tratta solo di archeologia industriale, ma di una riscoperta dei ritmi umani che il mare ha sempre scandito.

Le tonnare: laboratori di pazienza e tradizione

La tonnara è un’opera di ingegneria popolare straordinaria. Nel raccontare di questi impianti, mi piace partire dalla sua struttura: una serie di reti posizionate strategicamente in mare, costruite per catturare il tonno durante le sue migrazioni stagionali. Ma ridurre tutto a una descrizione tecnica sarebbe un’ingiustizia. Quello che affascina è il metodo, lo studio del comportamento dei pesci, la capacità di prevedere i loro movimenti.

Chi lavorava alle tonnare possedeva una conoscenza empirica Tonno rosso che rasentava l’istinto. Sapevano quando arrivavano i tonni leggendo il colore del mare, il comportamento delle rondini, il vento da sud. Conoscenze tramandate oralmente, mai scritte, perché il mare non concede libri ma solo esperienze viventi. Ogni mattina era una nuova lettura di segni, ogni cattura una lezione.

Ho parlato con Maria, che da bambina accompagnava il padre alla tonnara dell’isola. Mi ha descritto il momento della “mattanza,” quando decine di uomini lavoravano sincronizzati nel rito della pesca. Non era violenza, mi ha ripetuto insistentemente, era rispetto verso un animale che aveva attraversato oceani. Il mestiere richiedeva forza, certo, ma soprattutto saggezza e armonia con i cicli naturali.

Quelle tonnare oggi molte sono silenziate, trasformate in musei o in ruderi romantici. Eppure, camminando tra i loro resti, si respira ancora la tensione di quella comunità, il legame indissolubile tra uomini e mare che caratterizzava la Economia marittima dell’Atlantico e del Mediterraneo per secoli.

Le saline: cristalli di memoria salata

Se la tonnara racconta di movimento e di cattura, la salina narra di pazienza immobile. Osservare una salina in attività è osservare la trasformazione lenta della materia: l’acqua marina entra negli stagni poco profondi, il sole fa il suo lavoro, e dopo mesi emerge il sale cristallizzato. È alchimia solare, ripetuta anno dopo anno secondo ritmi precisi.

Le isole liguri, come Portovenere o zone dell’arcipelago toscano, hanno conosciuto secoli di salicoltura intensiva. Uomini e donne lavoravano nelle vasche, rastrellavano i cristalli, li ammucchiavano in cumuli candidi che brillavano al sole. Il sale era ricchezza, moneta di scambio, conservante indispensabile quando la refrigerazione era ancora un sogno.

Ricordo di aver ascoltato, attorno a un fuoco in rifugio, la storia di una salina gestita dalla stessa famiglia per cinque generazioni. Le tecniche erano rimaste identiche: nessuna innovazione, solo affinamento della precisione. Sapevano quando raccogliere il sale leggendo la densità della salamoia, la cristallizzazione del bordo. Sapevano quanti giorni servissero, quale vento fosse propizio, come proteggere il raccolto dalle piogge di stagione.

Oggi, delle saline tradizionali rimangono poche. Quelle sopravvissute sono spesso gestite come attrazioni turistiche o esperienze didattiche. Ma quando riesci a stare in una salina ancora attiva, a sentire il profumo salato dell’aria, a toccare i cristalli ancora umidi, comprendi che non si tratta di nostalgia per il passato: è una lezione sulla pazienza, sulla relazione sostenibile con l’ambiente, sulla bellezza della ripetizione consapevole.

Mestieri in estinzione, saggezze ancora vitali

La scomparsa di questi mestieri non è una semplice transizione industriale. È la perdita di universi interpretativi, di modi di stare al mondo che il nostro tempo frenetico ha relegato al museo. Chi lavorava alle tonnare e alle saline possedeva una consapevolezza ambientale che oggi riscopriamo con fatica nei programmi di sostenibilità.

Questi artigiani del mare sapevano quanto pesce prendere senza compromettere le generazioni future. Sapevano come sfruttare una risorsa senza distruggerla. Praticavano una relazione ciclica con la natura, non estrattiva come quella moderna. In tempi di crisi climatica e sovrasfruttamento marino, quelle lezioni sembrano sussurrate dai fantasmi del passato con urgenza sempre maggiore.

Visitare i siti delle tonnare e delle saline oggi significa participare a una forma di turismo consapevole. Non è una fuga dal presente, bensì una ricerca di fondamenta. Significa ascoltare gli ultimi testimoni, preservare i loro racconti, comprendere che la sostenibilità non è un’invenzione contemporanea, ma una pratica che il mare ha sempre insegnato a chi sapeva ascoltare.

Dove trovarle: isole di memoria

Sulle isole liguri e nelle zone costiere della Liguria è possibile ancora visitare alcuni di questi siti. Portofino, la Portovenere, le isole del Tino e del Palmaria conservano tracce di tonnare. In Sardegna, le saline di Cabras rimangono un patrimonio ancora vivo. Nel Tirreno, Capraia e altre isole dell’arcipelago toscano mantengono strutture visibili.

Molte di queste località offrono visite guidate, gestite spesso da persone che hanno ancora la memoria diretta di quei mestieri. È un’esperienza che unisce educazione e emozione, che restituisce al turismo lento la sua vera dimensione: non il consumo di paesaggi, ma l’assorbimento di storie.

Quando torno a scrivere di questi argomenti, penso sempre a Pietro e alla sua frase sul mare stanco. Forse il mare non si stanca di dare, ma i suoi insegnamenti si perdono quando nessuno più si ferma ad ascoltare. Riscoprire le tonnare e le saline, dunque, è anche un gesto di gratitudine verso chi ci ha preceduti, e un modo di dire al mare: continuo ad ascoltare.

Stefano Quaranta

Vive a Genova ma passa molto tempo sull’Appennino ligure. Dopo anni come istruttore di trekking, si dedica a narrare le tradizioni e le sagre paesane apprese sentendo racconti attorno a fuochi serali nei rifugi. Firma rubriche sul turismo lento e le escursioni gastronomiche.