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Il ruolo delle donne nella storia di Salina: racconti e curiosità che spesso non si conoscono

📅 28 Agosto 2026✍️ di Stefano Quaranta⏱️ 7 min di lettura

La prima volta che arrivai a Santa Marina Salina fu in aprile, con il mare che odorava di erbe bagnate e il vento arrivava giù dalla Fossa delle Felci come un respiro lungo. Sulla terrazza di una casa bassa, una donna sgranava capperi al tramonto, dita veloci e pazienti. Mi invitò a sedermi: «Qui le cose vanno piano, ragazzo, ma non si fermano mai». Mentre il sole calava dietro Pollara, cominciò a raccontare; e a ogni parola, l’isola prendeva la forma delle sue mani.

Memorie di mare e di pietra

Salina è pietra che conserva. Nelle sue due cime vulcaniche, nelle terrazze sorrette da muretti, nelle case tinte a calce, si sente ancora la vita minuta di chi ha dovuto fare molto con poco. Le donne, più degli uomini, hanno abitato questa resistenza. Quando il mare chiamava i mariti alla pesca o alle traversate, restavano a presidiare i campi, custodire i figli, curare gli anziani, tenere il conto delle spese. La loro geografia era una mappa intima: dal pozzo alla vigna, dal forno al magazzino, una rotta quotidiana che teneva insieme il paese.

Ricordo una sera a Malfa, una maestra in pensione che mi descriveva le estati degli anni Cinquanta. Di giorno, con le compagne, andava a voltare le reti stese sui muri per farle asciugare meglio, mentre le madri bollivano i barattoli per la conserva di pomodoro. Di notte, la stessa strada diventava silenziosa: si ascoltava il mare per capire se i pescatori sarebbero rientrati presto. Tra una parola e l’altra, quella donna mi mostrò il filo che univa tutto: la capacità di dare ritmo alla casa e al borgo quando il tempo lo scandiva il vento.

Capperi e Malvasia: l’economia domestica al femminile

Il cappero, fiore timido e tenace, è una firma dell’isola. Le raccoglitrici partivano all’alba, un cesto legato al fianco e il fazzoletto in testa. I boccioli andavano colti giusti, né troppo teneri né aperti. Poi giorni di lavaggi e salature, misurati come un’orazione. In quegli stessi cortili l’uva di Malvasia appassiva sui cannizzi, mentre qualcuno cantava piano per scacciare la noia alle ore calde.

Nei racconti raccolti a Leni e a Rinella, ritornano spesso le cucine dove si facevano i conti, si provavano ricette nuove, si sceglievano i barattoli migliori. Le donne diventavano economiste sui gradini di casa, avviando scambi, concordando prezzi, trattenendo sul posto una ricchezza che altrimenti sarebbe scivolata via con il primo scafo. È in questo tessuto che sono nati piccoli laboratori e cooperative, spesso informali, che hanno trasformato il lavoro di una stagione in una rendita per la famiglia e il vicinato. La filiera lunga cominciava nel gesto di una nonna che insegnava alla nipote a «sentire» il sale con due dita.

Tra partenze e ritorni: l’isola regge grazie alle donne

L’emigrazione ha incrociato più volte la storia locale. Nelle case di Salina, appese alle pareti, si vedono ancora fotografie di parenti salpati per le Americhe e per l’Australia. Quella corrente, parte della più ampia Emigrazione italiana, ha lasciato vuoti che le donne hanno riempito, gestendo terreni, contratti, educazione. Con lettere lente, scritte a inchiostro, tenevano insieme due sponde del mondo.

Molte anziane raccontano il peso di chiavi più grandi delle loro mani. Non era solo fatica. Era anche potere discreto, la legittimazione a firmare, decidere, fermare all’ultimo un affare quando non era il momento. Questa «reggenza» casalinga cambiò l’assetto sociale in modo sotterraneo. Dai racconti emergono figure autorevoli, consultate dal vicinato: le donne che sapevano trattare con i notai, le infermiere improvvisate che conoscevano rimedi per febbri e morsi di tracina, le padrone di case che ospitavano compaesani di passaggio.

Maestre, levatrici e postine dell’isola

Se c’è un mestiere che ricorre nei ricordi, è quello della maestra. Nelle aule di pochi banchi, a Santa Marina e Malfa, le insegnanti erano ponte tra modernità e tradizione. Portavano libri, racconti del continente, e nello stesso tempo custodivano dialetti, ninnenanne, storie del monte. Attraverso la scuola, generazioni di ragazze hanno visto aprirsi la possibilità di restare e lavorare con un sapere nuovo.

Alle maestre si affiancavano figure quasi mitiche: le levatrici, chiamate di notte a piedi lungo mulattiere; le postine, che attraversavano i paesi con borse pesanti e l’arte di far arrivare una notizia nel modo giusto; le cuciniere delle feste patronali, capaci di organizzare banchetti con rigore e allegria, spremendo dall’orto e dalla dispensa tutto il buono. Queste professioni, spesso senza un titolo ufficiale, hanno tenuto insieme salute, comunicazione, nutrimento e memoria.

La memoria che cammina: luoghi e storie da incontrare

Camminare oggi a Salina, lungo le mulattiere che salgono a Fossa delle Felci o tra i terrazzamenti di Valdichiesa, è anche un esercizio di ascolto. Nelle corti ci sono palmenti scavati nella pietra, magazzini che odorano ancora di mosto, vasche per dissalare i capperi. Chiedere permesso, sostare, scambiare due parole, restituisce alle cose la loro voce. Io, genovese con molte ore di sentieri appenninici addosso, ho ritrovato qui la stessa misura paziente di certi paesi dell’interno: il tempo della legna che scoppietta e delle storie che maturano senza fretta.

Salina fa parte dell’arcipelago eoliano, riconosciuto come bene del Patrimonio mondiale dell’umanità. Questa cornice non è solo un sigillo turistico. È un invito a comprendere che ogni muro a secco, ogni vigneto recuperato, ogni ricetta salvata è una tessera di un mosaico fragile. A custodirlo, ieri come oggi, sono spesso donne che organizzano raccolte, rimettono in ordine sentieri, tengono aperti i piccoli presìdi del gusto e della lingua.

Tradizioni vive: il cappero in fiore, la Malvasia che riposa

In tarda primavera, quando i fiori di cappero spuntano come occhi chiari tra le pietre, alcuni borghi celebrano la pianta simbolo con una festa semplice. Non servono grandi palchi. Bastano un cortile, qualche storia antica, pane caldo e un piatto di insalata cunzata. In quelle sere, sono spesso le donne a tenere il filo: spiegano la differenza tra un cucuncio e un cappero, mostrano come si cambia l’acqua di governo, raccontano dei raccolti buoni e di quelli grami.

La Malvasia, invece, chiede il suo tempo. Stesa a prendere sole, girata con pazienza, poi vinificata con misura, è un’altra pagina che porta molte firme femminili. L’isola ha conosciuto stagioni di abbandono e di ritorni. Lì dove i filari si sono rialzati, dietro c’è spesso una costellazione di saperi: un’enologa giovane, una zia con memoria di cantina, una nonna che ti dice «non mettere fretta al vino». È in questo gioco di generazioni che nascono le cose buone.

Come leggere l’isola con occhi nuovi

Chi arriva a Salina per una vacanza breve può ancora incontrare tutto questo, se sceglie di rallentare. Una mattina nei vicoli di Santa Marina, un pomeriggio tra le case di Malfa fino alla scogliera di Pollara, una salita verso i lecci della Fossa delle Felci. Lungo la strada, provate a osservare i dettagli domestici: le ceste intrecciate appese alle soglie, le scale in pietra consumate sempre dagli stessi passi, i cortili che profumano di capperi e limone. Dietro quei segni c’è la regia sottile di chi ha tenuto in piedi l’isola quando sembrava che il mondo volesse andar via.

Nei piccoli musei, negli archivi parrocchiali, nelle case che aprono le porte d’estate, si incontrano voci che meritano tempo. Le storie delle ostetriche, delle maestre, delle imprenditrici di prodotti tipici non sono reliquie. Sono bussole per orientarsi in un turismo che rispetta. E quando si compra un vasetto o una bottiglia, si acquista anche un pezzo di questa memoria lavorata a mano.

La sera, tornando verso il porticciolo, si può ascoltare lo stesso fruscio che mi accolse anni fa. Il vento che passa tra gli archi dei giardini, i passi leggeri di chi rientra con la spesa, il richiamo di chi saluta dalla terrazza. In quell’aria, le donne dell’isola continuano a sgranare il presente come si fa con i capperi: uno a uno, con cura. E se ci si siede accanto, il racconto ricomincia daccapo, come quella notte in cui capii che a Salina le storie migliori nascono dal gesto più semplice.

Stefano Quaranta

Vive a Genova ma passa molto tempo sull’Appennino ligure. Dopo anni come istruttore di trekking, si dedica a narrare le tradizioni e le sagre paesane apprese sentendo racconti attorno a fuochi serali nei rifugi. Firma rubriche sul turismo lento e le escursioni gastronomiche.