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Passeggiare tra i mulini a vento di Salina: itinerario fotografico con scorci memorabili

📅 15 Agosto 2026✍️ di Stefano Quaranta⏱️ 6 min di lettura

Sull’aliscafo del mattino, il profilo scuro dei coni vulcanici si taglia contro un cielo lattiginoso. Arrivo con lo zaino leggero e una tracolla pronta a masticare luce. Un anziano al molo di Santa Marina mi indica la costa orientale: “Là, dove il vento si è sempre messo di traverso”. Non parla di storie lontane, ma di ingegno: pietre e vele di canapa che un tempo giravano lente sopra la salina, quando l’isola prese nome dal sale. Di quei mulini, oggi rimangono torrette, basamenti e una memoria che resiste nei racconti e negli sguardi. È questa scia di vento che seguo, taccuino e fotocamera in mano, lungo un itinerario che è prima di tutto un modo di camminare dentro i suoni, le pause e le soglie di Salina.

Da Santa Marina a Lingua, il respiro della salina

Il paese mi accoglie con facciate chiare e un odore sottile di biscotti appena sfornati. La via litoranea conduce senza fretta verso Lingua, sfiorando giardini di agrumi e muretti che sanno di scirocco. La laguna salmastra appare come uno specchio basso, agitato da soffi irregolari: un tempo qui l’estrazione del sale richiedeva pazienza e forza di braccia, e i piccoli mulini servivano a pompare, a muovere, a rendere regolare la fatica. Oggi ne restano le ossa: tronconi cilindrici di pietra, scale spezzate, fori dove s’infilava la vela. Davanti a questi ruderi mi fermo a leggere il paesaggio. La luce del mattino corre piatta sull’acqua, si arriccia sulle cannucce; le nuvole sono setacci, il vento la carezza che mette tutto in ordine.

Per fotografare qui, lascio che la riva lavori da cornice. Cammino a passo lento, allineando i bordi della laguna con il profilo dei monti. L’elemento umano – un ragazzo in bicicletta, una signora che stende – entra discreto, mai invadente. Il rumore del mare, smorzato, si mescola ai racconti dei pescatori che ricordano le vele bianche dei mulini come denti nel cielo. Penso alla fragilità delle economie del vento, e a come il gesto antico del mulino risuoni oggi nei dibattiti sulle Energie rinnovabili.

Verso Malfa, tra terrazze di capperi e tramonti che tengono il tempo

Da Lingua salgo verso Malfa con un percorso tortuoso e quieto, dove gli odori cambiano cadenza: origano secco, foglie di cappero, pietra calda. Il paese si apre su terrazze che guardano il blu, in un mosaico agricolo di cui restano casolari e palmenti. Anche qui, fra le vigne e i muri a secco, incontro i resti di un mulino: la base circolare, una porzione di scala in basalto, la traccia di un braccio che non c’è più. Lo fotografo in controluce, cercando la geometria semplice della sua pianta contro il mare.

Il pomeriggio, Malfa insegna la pazienza del controluce. Le pale immaginarie che ricostruisco con l’inquadratura trovano ritmo grazie alla linea d’orizzonte e alle correnti termiche che muovono le felci in quota. Nelle pause bevo una malvasia leggera, parlo con chi coltiva capperi: dita veloci, storie di lune e raccolti, un sapere che ha il passo delle stagioni. È in questa trama che il mulino torna figura familiare, più idea che monumento, cerniera tra lavoro e paesaggio.

Pollara, l’anfiteatro del vento

La strada verso Pollara scivola in curve che ogni volta regalano un primo piano diverso di Alicudi e Filicudi. Il cratere collassato è un anfiteatro naturale donde il vento, canalizzato, canta. Le case scavano il tufo, il mare si apre in un semicerchio che per i fotografi è una lavagna di contrasti. Qui, dove i granai ipogei si allineano come una tastiera antica, ascolto un’altra storia di mulini: non solo quelli che macinavano grano, ma attrezzi a vela che aiutavano a sollevare acqua e a ventilare i magazzini. Di fatto, la parola “mulino” è un guscio che nel tempo ha contenuto funzioni diverse. Nei cortili rimangono pulegge arrugginite, cavalletti dismessi, e quella misura del vento che si impara sulla pelle.

Pollara è luce del tardo pomeriggio. Le ombre riempiono il catino roccioso e isolano i volumi. Stringo l’obiettivo su un capitello di pietra e lo metto in relazione con la parete striata del tufo, cercando una prospettiva che racconti il lavoro umano contro la vastità. Il mare qui respira lento, ma il vento cambia repentino: un set ideale per chi ama attendere lo scatto giusto. A fine giornata, quando la spiaggia si svuota e il sole va a sedersi dietro Filicudi, la scena ha una tempistica teatrale che non stanca mai.

Le salite interne: Fossa delle Felci e Monte dei Porri

Un itinerario fotografico sul respiro dei mulini chiede anche un passaggio in quota. La salita verso la Fossa delle Felci è un cambio d’aria e di ritmo: il sentiero s’infila nel bosco, si stringe tra castagni e allori, poi regala balconi naturali dove la rosa dei venti si legge nel movimento delle nuvole. In giornate terse, il profilo dei ruderi costieri appare come puntini chiari incastonati nel blu. Dall’alto si capisce il perché dei vecchi siti: la traiettoria dei venti dominanti, la vicinanza dell’acqua, l’accesso ai terrazzamenti.

Sul Monte dei Porri, più spoglio, il vento è maestro impaziente. Gli isolani lo nominano come una presenza, e non fatico a riconoscerlo quando spinge contro la giacca e asciuga il sudore in un soffio. Penso al riconoscimento che l’arcipelago ha ottenuto per il suo valore geologico, e a come il paesaggio culturale – mulini, terrazzamenti, saline – si appoggi naturalmente sulla cornice delle isole. È un pensiero che trova casa nella parola breve e densa di UNESCO.

Scatti, tempi, soste: un metodo lento

Camminare qui significa accettare una grammatica semplice. Le giornate buone per fotografare i mulini – o ciò che ne resta – sono quelle di luce radente e vento leggibile. Al mattino, la costa orientale accoglie ombre delicate, il sale di Lingua fa da specchio e restituisce un doppio orizzonte. Nel pomeriggio, i siti sopra Malfa offrono tagli netti e un mare più scuro, mentre Pollara richiede il tramonto per rivelare il suo anfiteatro. Non serve moltiplicare gli obiettivi: un grandangolo per raccontare la relazione tra ruderi e orizzonte, un medio per isolare dettagli di pietra e trapassi di luce. La vera differenza la fa il passo, quello che si prende nelle pause tra una folata e l’altra.

Nelle mezze stagioni, quando il turismo rallenta, l’isola restituisce microstorie preziose. A pranzo, pane e capperi con pomodori secchi in una trattoria che profuma di buono, un bicchiere di malvasia per sciogliere il sale sulle labbra. Le conversazioni aiutano a trovare i resti meno evidenti: un basamento nascosto dietro un giardino, una scala consumata su un culmine erboso, il cerchio perfetto di un mulino che non gira più. Annotare è parte del lavoro quanto scattare: nomi di luoghi, venti, orari.

Ritorni e tracce

Ogni volta che torno a Salina, porto con me un’idea più nitida dei suoi mulini, che sono anche una chiave di lettura del rapporto tra l’isola e le forze elementari. Camminare, ascoltare, fotografare, significa rimettere in circolo la loro funzione: farci percepire il tempo e l’energia che attraversano queste pietre. Scendendo di nuovo a Santa Marina, con il vento che ancora si infila tra i vicoli, sento la stessa frase del vecchio al molo maturare dentro di me. “Là, dove il vento si è sempre messo di traverso”: è la direzione da cui tornare, la rotta da seguire, il filo che tiene insieme saline, terrazze e memorie. E mentre l’aliscafo stacca dalla banchina, nell’ultimo scatto sul display riconosco non il soggetto, ma il passo con cui l’ho raggiunto.

Stefano Quaranta

Vive a Genova ma passa molto tempo sull’Appennino ligure. Dopo anni come istruttore di trekking, si dedica a narrare le tradizioni e le sagre paesane apprese sentendo racconti attorno a fuochi serali nei rifugi. Firma rubriche sul turismo lento e le escursioni gastronomiche.